mercoledì 24 dicembre 2014

Stefano. La scatola viola


Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.

Stefano. La scatola viola.



“E ora?

Che significa questo?

Cosa ci faccio come un coglione di fronte a questa scatola?

Hai avuto tutto il tempo possibile e immaginabile per cercarmi.

Per chiamarmi.

Non mi sono mai nascosto.

Ero qui.

Presente a me stesso.

Presente agli occhi del mondo.

Anche in attesa.

Sapevo benissimo che c’era qualcosa di irrisolto.

E sapevo che prima o poi avresti preso in mano la cosa e saresti arrivato a soluzione.

Avendo tu l’ultima parola.

L’hai sempre avuta in fondo.

Ma hai voluto esagerare in sicurezza.

L’ultima parola l’hai infilata in questa scatola viola.

E sarà impossibile confutarla.

E sarà impossibile apprezzarla.

E sarà impossibile abbracciarti o prenderti a pugni.

Sarà impossibile riprendere il cammino assieme o decidere di separarlo per sempre.

Perché hai già deciso tutto tu.

Come al solito.

Molto più del solito”.


Parlava da solo.

Rivolto ad un oggetto.

Come se dentro ci fosse il suo interlocutore.

E per lui c’era davvero.

Nessuna risposta.

Un po’ come quando se lo trovava davanti incazzato e chiuso a riccio.

E poi non era mai stato capace di infilare in una discussione una battutina per sdrammatizzarla.

Per strappare un sorriso.

O un istante di tregua.

Mentre lui ci riusciva sempre.

Lui sapeva uscirne.

Con lo stesso talento di un’anguilla.

Che si lascia prendere per un istante.

Ma che l’istante dopo schizza via.

Ma ora.

Ora era là.

Dentro quella scatola a sputar chissà quale sentenza.

A far dono di sé.

A modo suo.

Ma non riusciva ad aprirla.

Neanche a toccarla se è per questo.

Era fermo.

Immobile.

Aveva quasi paura ci fosse un serpente velenosissimo là dentro.

Che anche la curiosità ne restava defilata.

“Ho rivisto Giulia sai?

E’ sempre bellissima.

C’aveva ‘na faccia però...

Certo sei riuscito a far tornare giù anche lei.

Sei proprio ‘no stronzo lo sai?

Daje dimme.

Che c’hai messo qua dentro?

Dimmelo prima.

Non me so mai piaciute le sorprese.

Le sorprese hanno il rinculo.

Sempre.

Anche quando sono bellissime”


Sembrava sciogliersi piano piano.

Mosse le mani lasciando che abbandonassero le gambe.

Era in ginocchio di fronte a quell’oggetto.

Se ne rese conto solo in quel momento.

Sorrise.

E lentamente toccò quel pezzo di cartone viola.

Sembrava caldo.

Pulsante.

Le tolse.

Rimise le mani sopra.

Le fece scivolare verso i bordi e con il pollice fece presa.

Per sollevare.

Sollevò.

Scosse un poco.

Rimise giù.

“Vedi.

Io lo so che quel giorno avrei potuto chiamarti.

Lo so.

Avrei dovuto aiutarti.

Non pensare al tuo posto che avresti voluto stare da solo.

Si lo so.

Ti sarebbe bastata una parola.

Ma, cazzo, io quella parola non ce l’avevo.

E neanche oggi ce l’ho.

Te l’ho chiesta.

Ricordi?

Ricordi?

Ci incontrammo per caso per la strada.

Tu guardavi avanti.

Ma non guardavi nulla.

Camminavi verso...

Verso dove cazzo camminavi?

Non avevi pupille cazzo!”

Tornò la paura.

E tornarono alla mente i flashback.

Quelli belli.

Quello bruttissimo.

Quello che sarebbe bastata una parola per rendere il proseguo della sua vita più leggero.

“Ok.

Sono pronto.”

Prese fiato.

Lo trattenne per un minuto almeno.

Buttò giù.

Prese in mano le chiavi di casa.

Scelse quella più lunga.

Bucò all’estremità di sinistra nell’esatto centro dello scotch e tirò via forte verso destra.

Infilò le mani nello squarcio e tirò forte per far saltare la chiusura ai lati.

Chiuse gli occhi.

Prese la scatola da sotto.

E la rovesciò.

Una pioggia di legnetti caddè sul pavimento.

Aprì gli occhi.

C’erano 12 lettere di legno e un foglietto.

“Caro Stefano,

Questo è quello che ho deciso di lasciarti in eredità.

Questo è quello che avrei desiderato quel giorno.

Ed è quello che ho aspettato per un po’.

Questo è quello che hai cercato di sapere quando poi hai capito.

Ma ormai era inutile.

Ed io ci ho messo un po’ per capire che alla fine quella parola serviva più a te che a me.

E quindi eccola.

Dentro una scatola viola.

Il tuo preferito colore porta sfiga.

Se potessi essere là adesso come una mosca mi gusterei la tua difficoltà a mettere assieme quelle lettere di legno per trovare la soluzione.

Sempre che riuscirai.

Sempre che ne avrai voglia

Bella!”

Z D A R I I L A Z E E

“Maledetto figlio di puttana.”

Mise le mani a conchetta, le fece scivolare a raccogliere assieme, prese quelle lettere e le reinfilò nella scatola.

In fondo a che serviva sapere ora quale era stato il suo errore.

A che serviva sapere che.

A nulla.

A nulla.

A nulla più.

"Oh, it's the best thing that you ever had
The best thing that you ever, ever had
It's the best thing that you ever had
The best thing you have had has gone away"

Per aria High and Dry - Radiohead

3 commenti:

  1. Tandoori che mi porti nell'esistenza di Giulia Giorgio Fabio Lisa Stefano, grazie per questa scatola regalo di Natale. Termina molta giovinezza quando non si commette più l'errore della tua scatola porta sfiga. Terminano un sacco di cose.

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  2. Se fossi stata tra la lista mi sarei beccata la scatola viola (che è un colore che odio), io idealizzo tutto e rimango puntualmente delusa dalla vita. Auguri caro Giuseppe

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  3. odio il viola, come Sarah...un abbraccio
    mica l'ho capita la parola...

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