lunedì 5 gennaio 2015

Federico. La scatola bianca

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti


  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante

Federico. La scatola bianca.




“Lei starà in piedi nell'aria luminosa
E la notte scenderà
E sarà molto calma
Io mi abbandonerò nelle sue braccia e dirò, quando me ne sarò andato
Sarò vostro, vostro per una canzone”

Leonard Cohen

Fu la prima persona a saperlo.

La coincidenza fu inquietante.

Quella notte non riusciva a prendere sonno.

Prese in mano un libro.

Un libro che lui stesso gli aveva regalato.

Un libro che lui stesso aveva letto, sottolineando frasi che probabilmente lo avevano colpito.

Capita che quando hai tra le mani un libro seviziato da una penna l’attenzione si infili dritta in quei tratti e che si venga avvinti da quei passaggi evidenziati.

Capita che si cerchi di capire il perché.

Che si cerchi di entrare nei pensieri di colui che ha segnato.

Improvvisamente però si alzò in piedi e, chiudendo gli occhi, si mise le dita sulle palpebre, come se volesse imprigionare nel proprio cervello qualche sogno strano dal quale avesse paura di esser svegliato.

Ricordava benissimo il suo strano modo di difendersi dal dolore.

Ne ricordava benissimo le parole.

Alcune in particolare.

Di un giorno in particolare.

Di quel giorno in cui decise che non avrebbe più fatto nulla per inseguire uno dei suoi sogni impossibili.

Sogni che però continuavano a correre nella sua mente.

Nel suo cuore.

Erano davanti ad una birra.

In un posto trovato a caso quando giri in macchina la domenica sera e trovi i “soliti” posti chiusi.

“Ma come mai? Perché”

“Perché cosa?”

Sembrava assente.

O meglio, sembrava chiuso dentro se stesso a continuare la propria vita avulso dalla realtà.

“Io vorrei capire per quale motivo a un certo punto tu smetta di credere nelle cose che fino a pochi istanti prima erano tua ragione di vita e motivo di massimo godimento ed entusiasmo”

“Io non credo in nulla. Io mi lascio andare. Scivolo. Poi ci pensa l’attrito. Decide lui se io possa continuare o debba fermarmi”

Ecco di fronte ad una risposta così qualsiasi altra domanda veniva castrata.

Lo conosceva benissimo.

Sapeva che andare oltre sarebbe servito ad avere solo silenzio in cambio.

“Prendiamo un’altra birra?”

“Preferirei andare. Ho sonno e sono già abbastanza ubriaco”

Era proprio così, come se volesse imprigionare nel proprio cervello qualche sogno strano dal quale avesse paura di esser svegliato.

Quella sera stessa gli mise tra le mani quel libro.

Una pietra miliare.

Che aveva già letto un paio di volte.

Ma che quelle sottolineature rendevano diverso.

Come la nuova uscita del tuo scrittore preferito.

Erano passate due settimane.

Ma solo quella notte lo aveva ripreso tra le mani.

Solo quella tragica notte.

Aveva cominciato a girare le pagine di quel libro in maniera compulsiva alla ricerca di quei tratti di penna.

Aveva addosso una sensazione di angoscia violenta.

Paura.

La paura di chi aveva omesso qualcosa di fondamentale.

Ma cosa?

“Mi domando chi è che ha definito l'uomo un animale ragionevole; è la definizione più avventata che sia mai stata fatta. L'uomo è molte cose, ma non è ragionevole”

“Cazzo cazzo che significa?”

Non era da lui.

Non era da lui lasciarsi arrendere all’evidenza di una tale affermazione.

O forse l’aveva sottolineata perché era una cosa assurda?

Lo colse un brivido.

Prese in mano il telefono.

Aveva voglia di sentire la sua voce.

Aveva voglia di “Ehy come stai?”

Era certo che non avrebbe fatto sottolineature sull’orario di quella chiamata e sul motivo.

Ma...

Ma continuò a girare le pagine.

Come in preda a un raptus.

“Il motivo per il quale a tutti noi piace pensare tanto bene degli altri è che abbiamo paura per noi stessi. La base dell'ottimismo è il puro e semplice terrore. Ci crediamo generosi perché attribuiamo al nostro prossimo il possesso di quelle virtù che saranno probabilmente di aiuto a noi”

“Merda!”

Era sottolineata con più forza delle altre.

Un flash.

Di quella ultima birretta.

“Non sento di poter dare più nulla a nessuno”

Il telefono.

Un sms al volo sarebbe bastato prima di riprendere la ricerca su quel libro che cominciava ad odiare.

“Ah Cì! Sei sveglio? Te d’’o da dì ‘na cosa”

Erano le 3 e 28 di quel 22 dicembre.

Nell’esatto istante in cui quell’essemmesse giungeva a destinazione verso un telefono ormai spento da ore la vita di quel suo amico era andata altrove.

Ma non lo sapeva.

Non lo sapeva ancora.

Ma forse cominciava a coglierne in anticipo il perché.

Ancora pagine.

Intonse.

Pure.

“Mi chiedo se quegli esseri bianchi e taciturni che noi chiamiamo morti possono sentire qualche cosa”

E ancora.

“Ha recitato la sua ultima parte. Ma tu devi pensare a quella morte solitaria, in quello spogliatoio
volgare, come a uno strano e sinistro frammento di qualche tragedia del periodo giacobita, una scena meravigliosa di Webster o di Ford o di Cyril Tourneur. Quella fanciulla non è mai veramente esistita e quindi non è mai veramente morta”

E infine.

“passò la maggior parte deltempo in camera da letto, ammalato di un frenetico terrore della morte e pur tuttavia indifferente alla vita in se stessa”

“Ok adesso basta. Hai rotto il cazzo”

Sapeva che c’era altro.

Ma la misura era colma.

Prese quel cazzo di telefono in mano e compose il numero.

Era passata mezz’ora dall’essemmesse.

Nessuna risposta.

Pigiò invio.

“IL TELEFONO DELLA PERSONA CHIAMATA POTREBBE ESSERE SPENTO O NON RAGGIUNGIBILE...BLA BLA BLA”

Maledetto!

Riprovò dopo dieci minuti.

E dopo altri cinque.

Poi si addormentò.

Il telefono in una mano il libro nell’altra.

Riprese contatto col mondo dopo qualche ora.

Sobbalzò.

Riaprì il libro.

Dal fondo stavolta.

Non aveva tempo per altro.

Sentiva che non ne avrebbe avuto.

L’ultima sottolineatura sarebbe stata sufficiente per metterlo convulsamente in moto.

E così fu.

“Si guardò intorno e vide il coltello che aveva ucciso Basil Hallward. Era stato ripulito più volte, finché non c'era rimasta la più piccola macchia; era lucido e brillava. Come aveva ucciso il pittore, così avrebbe ucciso l'opera del pittore e tutto quello che essa significava. Avrebbe ucciso il passato; morto questo, sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso quella mostruosa vita dell'anima e senza le orrende ammonizioni di questa sarebbe stato in pace. Afferrò l'arma e colpì il ritratto.”

Si vestì e con fretta uscì.

Fu così che nel giro di poco seppe.

E fu con le sensazioni che aveva avuto quella notte che uscì dallo studio del notaio.

Dentro non guardò in faccia nessuno.

Non si accorse di nulla.

Pronunciò la promessa per inerzia.

Non salutò nessuno.

Nessuno gli rivolse parola.

Era come se dentro di sé recasse il seme del male.

Come se gli fosse stato passato come si passa una suora o una macchina gialla.

Ma non per scherzo.

Non per gioco.

Rincasò.

Come un automa.

Baciò suo figlio.

E vide quella scatola.

Bianca.

Sorrise come per rispetto.

Non era curioso di sapere.

Anzi.

Avrebbe voluto tenerla intonsa per sempre.

Là.

“Papà... Apri regalo di Tadduri?”

“Si amore, vieni, apriamolo assieme”

La sua compagna li guardava e piangeva.

Ma non interferì.

Lei si che capiva le persone.

Lei c’era.

Sempre.

Ma su richiesta.

“Papà ma è bellittimo! E’ pemmè vero?”

“Certo che è per te”

“E pettè Papo? Niente?”

“Pemmè c’è la tua gioia!”

Era il trenino elettrico più bello del mondo.

Quello che avevano visto assieme prima dell’ultima birretta.

E che gli aveva chiesto con semplicità, quella che lui tanto amava.

“A avecce li sordi... Sto sempre in bianco!”

“A Federì li sensi de colpa servono solo pe’ sentisse in colpa!”

Per aria Night comes on - Leonard Cohen

1 commento:

  1. Bianca perchè il contenuto era per un'anima pura. Pura come solo quella dei bimbi può essere. Mi piace una scatola bianca per iniziare l'anno :)

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