martedì 10 febbraio 2015

Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole

Natalia. La scatola Arcobaleno (prima parte)



Non erano mai riusciti ad incontrarsi.

Anche se avevano spesso parlato di una birra che li avrebbe visti a raccontarsi, finalmente, guardandosi negli occhi.

Ma forse chi aveva vissuto storie fatte di emozioni simili in maniera assolutamente parallela era davvero destinato a non incontrarsi mai se non guardandosi dai finestrini di due treni in corsa.

Natalia seppe per pura casualità della sua morte.

Era sin troppo abituata a sentirlo di rado e non c’era tra loro un rapporto in cui qualcuno si prendeva la briga di controllare la clessidra del tempo.

Era così.

Naturale e del tutto aleatorio.

Ma intenso.

Vero.

Svuotato dai mali del tempo.

Nessuna possessività insomma.

Natalia seppe perché un giorno lo lesse in una mail.

“Il giorno X il signor X è venuto a mancare. La invitiamo a presentarsi il giorno X all’ora X presso lo studio notarile X sito in Roma in via X in quanto il signor X ha disposto, tra gli altri, in suo favore. Per qualsiasi informazione può contattare la signora X al seguente numero di telefono X. Cordialmente, il notaio X”.

Una mail cruda.

Secca.

Senza alcuna emozione.

Diversa da com’era lui che infilava anche nelle cose più banali un motivo per stare bene o per stare male.

Più la seconda che la prima, ma tant’è.

Accese il computer.

Cercò il suo blog.

Lesse tutti i post fino all’ultimo che ricordava di aver letto.

Non trovò nulla di particolarmente allusivo.

Cercò su facebook.

Solo una marea di R.I.P. e di “che ti sia lieve”.

Nessun riferimento a come quando e perché.

Viveva a 650 km da Roma.

Sentiva fortemente che sarebbe dovuta andare.

Aveva bisogno di andare.

Voleva.

Doveva capire.

Sapere.

Conoscere.

E non per mera e pura curiosità.

A lui aveva affidato pezzetti della sua vita.

Gli aveva raccontato fatti, circostanze e sensazioni.

E se ora, dopo essere andato altrove, la stava chiamando non c’era alcun motivo che potesse farla desistere.

Si trattava solo di mollare ogni cosa.

Magari inventando una scusa più forte della stramba realtà alla quale nessuno avrebbe mai creduto senza fare millemila domande.

E quel senso di dolore di sottofondo non presupponeva l’esistenza di domande che non l’avrebbero in qualche modo innervosita.

Era cosa sua e sua soltanto e così sarebbe rimasta.

L’alta velocità le avrebbe consentito di fare tutto in giornata.

Il resto era storia da vivere.

E questo se da un lato le faceva paura dall’altro la eccitava.

Era riuscita a lasciare qualcosa di non mediocre nel cuore di una persona.

- - -

Entrare a Roma col treno non fa un bell’effetto.

Il passaggio del serpentone in mezzo ai quartieri periferici dà un senso di cupa tristezza.

I panni stesi sembrano prendere grigio ogni istante.

E poi il traffico.

La gente che sembra stanca e svogliata.

No.

“Non mi piace”

Natalia decise di chiudere gli occhi fino al momento in cui il treno si sarebbe fermato.

Alzò il volume del suo lettore mp3, spostò il sedere in avanti e si stravaccò.

Nessun pensiero.

Se non ogni tanto quel sogno che lui le aveva promesso di aiutarla a realizzare ma che, porca troia, era stato impossibile.

Finalmente il treno si arrestò in perfetto orario.

Avrebbe avuto il tempo per girare un paio d’ore, ma aveva voglia di starsene chiusa tra sé e sé.

Non uscì neanche dalla stazione Termini, passò davanti all’enorme libreria a pochi metri dall’uscita, si voltò, vide in alto dei tavolini di un bar sospeso sul tetto e decise di raggiungerne uno e fermarsi là, in attesa che fosse il tempo a portarla a quell’appuntamento.

Prese un te, aprì un libro e fece finta di leggere.

Era uno strano dormiveglia il suo.

Ricordi.

Assenze.

Immagini.

Colori.

Il pensiero di lui.

Il pensiero di una persona che sentiva vicinissima a tratti.

Il pensiero di una persona della quale non conosceva il modo di muovere la bocca, gli occhi, le mani.

Il pensiero che era diventata una pazza a stare là, in quel momento, sulla base di una mail, magari falsa.

Uno scherzo insomma.

E pensare che non si era neanche degnata di chiamare quel numero di telefono della signora X per capire meglio.

“Una pazza completa. Ecco cosa sono!”

- - -

Il giorno in cui stava preparando la sua scatola ripensò a quella cosa che trovò scritta di lei.

Se ne appuntò un pezzetto su un fogliaccio.

Lo sentiva così vicino a se quel pensiero che lo teneva in saccoccia per srotolarlo ogni volta che si sentiva solo.

Fu quello il motivo per il quale non ebbe alcun dubbio nel confezionare la sua scatola dei tanti colori che formano un arcobaleno.

Quelle parole facevano esattamente così:

L’arcobaleno non esiste ragazzi.
Vero?
Ditemi la verità.
E’ un’illusione ottica.
E’ lo specchio delle pozzanghere.
E’ la pioggia che si riflette sui binari dei tram.
E’ il punto in cui si bacia la goccia con il fango.
L’arcobaleno è come l’amore. Non si spiega se non in sé stesso.
Esiste solo nei cuori di chi lo vive,diciamo, come negli occhi di chi lo guarda.
Per cui non è ancora il mio momento



“Quando ci sveglieremo?
Un giorno la pioggia
laverà via il nostro dolore”

(fine prima parte)


Per aria Raimbow - Elisa

3 commenti:

  1. ....è vero l'arcobaleno non esiste. non lo puoi toccare, forse è un inganno. Come sempre quello che esiste è il senso che gli dai, la ragione di esistere...

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  2. Tutto ciò che non si può toccare è unico e prezioso. Non avendo materialità non gli si può dare un prezzo e quindi non ha valore commerciabile. Esattamente come i sogni.
    Aspetto la seconda parte :)

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  3. Una volta mi spedisci in un futuro che spero di dover vivere tra "millemila" anni. Questa volta mi hai spedita indietro nel tempo di dieci anni più o meno. Che strano specchio riflesso che sei Tandoori :))

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