venerdì 20 marzo 2015

Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti


  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)
  14. Tom. La scatola arancione (prima parte)
  15. Tom. La scatola arancione (seconda parte)

Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)




Tom quella mattina si alzò, come al solito, molto presto.

Teneva tantissimo alla pulizia e ad avere il viso liscissimo.

Doccia e barba.

Preghiere.

Chai e una banana zuccherata.

Ma quella notte aveva fatto un sogno stranissimo.

Quella notte aveva ricevuto una lettera.

La lettera di un notaio.

Veniva dall’Italia.

Sembrava reale.

Ma era surreale che quel suo amico italiano avesse deciso di farla finita.

Quel suo amico che aveva portato in India se stesso e che aveva lasciato se stesso in India.

Non poteva morire senza tornare.

E poi lo aveva promesso.

Ma in fondo era un sogno.

E i sogni di morte allungano la vita del morto nel sogno.

Cercò di sorridere chiamando a sé qualche ricordo buffo.

Tipo quello di quando andarono a vedere assieme un tempio indù e lui prese senza pensare la scala sulla destra per salire.

La gente lo guardava malissimo.

Qualcuno lo insultava.

E lui diceva “Namaste” a tutti.

Fin quando capì.

E lo capì quando sentì due dita stringergli un lobo per riportarlo in basso.

“Ma cazzo nun me lo potevi dì prima?”

Era troppo divertente e Tom si godette quello spettacolo da basso.

Tanto al punto zero sarebbe tornato.

Mise piede nel suo piccolo e polveroso ufficio.

Accese il computer.

Puntò facebook.

Cercò la sua pagina.

Faceva un caldo infernale e le pale sul soffitto erano ferme.

Troppe carte sparse sul tavolino per poterle azionare.

“Oh my god”

Quella pagina facebook era intrisa di candele, foto e R.I.P.

Era davvero penetrato nei suoi sogni.

Aveva davvero trovato il modo per recapitare quella lettera.

E poi lo aveva portato a Roma.

E gli aveva fatto incontrare gente sconosciuta in uno studio signorile del centro.

E aveva ascoltato, promesso, stretto le mani.

Ma non aveva viaggiato.

Non ricordava aerei, macchine, autobus, risciò in quel sogno.

Ma aveva sentito gli odori.

Le parole.

Il senso di vuoto infinito che una morte poteva provocare.

Ma come poteva essere?

Cercò di fare mente locale per ricordare più cose possibili.

Le parole di quell’uomo che impartiva indicazioni.

Il suo italiano non era più quello dei tempi in cui era venuto a studiare in Italia.

E c’erano parole dal significato sconosciuto, dimenticato.

Chiuse gli occhi.

“Io, Tom, prometto solennemente che quando tornerò a casa e troverò la mia scatola del colore che mi piace tanto, la aprirò, ne guarderò il contenuto, deciderò cosa farne e mai in assoluto ne rivelerò la provenienza.
Prometto poi che non parlerò di questo con le persone che oggi sono qui.
Prometto che quello che avrò in dono da questa giornata resterà fatto mio che non sarà condiviso con nessuno.”

Aveva pronunciato esattamente quelle parole.

Come un pappagallo.

Anche se non aveva capito bene il significato di fatto mio.

E lo aveva chiesto al tipo vicino a lui.

Quello un po’ arrogante.

“Che te devi fa li cazzi tua e nun lo devi dì a nessuno!”

Si doveva essere un segreto.

Ma se avesse rivelato di quel sogno gli avrebbero sicuramente tolto la custodia di quei bimbi e lo avrebbero rinchiuso in un manicomio dell’Uttar Pradesh.

Riaprì gli occhi.

Il computer si spense.

Aveva dimenticato di accendere la batteria di riserva.

Da quelle parti la corrente va e viene.

I primi ragazzini cominciarono a mettere piede sulla terra e a vociare.

“Namaste namaste”

Era arrivato il postino.

Era incazzato.

Quella mattina doveva recapitare una pesantissima scatola.

Tom si alzò di scatto.

Tarantolato.

Corse fuori.

Vide arrivare il postino sulla sua moto sgarrupata.

Era in equilibrio precario per via di quella scatola.

Una scatola arancione.

Gli corse incontro.

La prese senza aspettare.

Il postino perse il contatto di tutte le lettere, che caddero sul terreno arido.

Tom corse nel suo ufficio.

Chiuse bene a chiave.

Era sudatissimo.

Accese il ventilatore a pale.

E in un tripudio di fogli svolazzanti distrusse quell’involucro.

C’erano 4 piccole scatolette.

Su una c’era scritto non aprire.

E una lettera.

“Caro Tom,
sono certo che hai ricevuto questa scatola.
E ne sono certo altrimenti ora non staresti leggendo.
Si fa presto ad esser profeti, visto?
Io spero che tutti i bambini stiano bene.
Lo spero di cuore.
E spero che stiano bene soprattutto quelli che stanno scoprendo lentamente di essere soli.
Quelli che hanno subito violenze.
Quelli che hanno addosso il peso della colpa di esistere.
A volte, quando ne hai troppe sotto mano di queste storie, il rischio è quello di non fare la dovuta attenzione al singolo.
A volte il rischio è quello di rendere la violenza subita ancora più grande.
Io ci sono stato là.
Quattro volte.
Sono stato con loro.
Alcuni li ho visti arrivare.
Ho visto una di loro sposarsi.
Ma non sono mai riuscito a farmi fregare dai loro sorrisi.
Era troppo forte l’attrazione per i loro occhi.
E dentro a quegli occhi ho sempre trovato la mancanza di qualcosa.
Che io non potevo dargli.
Che tu non puoi dargli.
E che, prima o poi capiranno, non avranno mai.
Molte volte ti ho chiesto la storia di ognuno di loro.
Molte volte mi sono incazzato con te perché non la conoscevi.
A volte penso che sia stato un grande errore venire là.
E tornarci ancora
E ancora.
Io prima di conoscervi vivevo come si vive ogni giorno in un paese occidentale.
Coi propri problemi, chi non li ha?
Con le proprie gioie, le proprie noie, le proprie inquietudini.
Dopo ogni cosa ha preso dimensioni enormi.
Laceranti.
Ok Tom.
Hai trovato quattro scatolette.
Una è per te. C’è scritto Tom sotto.
E’ l’unica che puoi aprire subito.
Una per le ragazze. C’è scritto girls sotto.
Una per i ragazzi. C’è scritto boys sotto.
L’ultima sono io.
Ti ricordi?
Te lo avevo promesso in fondo.
Ti avevo promesso che sarei tornato.
E ti avevo promesso che avremmo sistemato questo posto.
E tu mi avevi promesso che mi avresti portato a Varanasi prima o poi.
Ti tocca Tom.
Portami a Varanasi e poi apri quella scatola e lasciami là.
Ti voglio bene”
G.

Aveva in mano tre scatole piene di soldi e una piena di lacrime.

Avrebbe rimesso a posto quel luogo.

Rimosso l’amianto.

Rifatto i tetti.

Ma prima doveva mantenere una promessa.

Andare a Varanasi.

E pensare che era solo un sogno...

I bambini reclamavano la sua presenza.

Erano già pronti per andare a scuola.

Baba vagava imprecando.

E il monsone sembrava pronto a farsi largo impetuoso e benefico.

Ogni cosa sembrava davvero essere tornata alla straordinaria normalità di quei luoghi.

Quella normalità che quel suo strano amico venuto dall’ovest amava più di se stesso.

Era come se in quel posto ci fosse nato e cresciuto.

Era come se la sua vita non avesse mai avuto nulla da invidiare alla vita di quei bambini.

Chissà cosa era successo a lui?


Per aria Verso l'India - Nuove Tribù Zulu

1 commento:

  1. Questa "fetta" di storia ha un dolce lieto fine. Incredibile come pur "andando via per sempre" si possa lasciare, dietro di se, tutto ancora da costruire...

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